Imago Ricerche di psicoanalisi applicata

Psicoanalisi



Francesco Marchioro

Talking cure. Storia e metodo

Nel 1896 (il 30 marzo) Freud dà alle stampe uno scritto in francese dal titolo: “L’hérédité et l’étiologie des névroses” in cui il giovane ricercatore viennese spiega come l’ereditarietà sia un elemento significativo ma non tautologico nell’insorgere delle nevrosi, una spiegazione della sola “disposizione” psichica nelle risposte difensive del soggetto. L’articolo è scritto in francese perché rivolto agli allievi parigini di quell’illustre Jean Martin Charcot alla cui scuola presso la Salpêtrière egli stesso in quegli anni si formava. In questo scritto1, Freud conia per la prima volta la parola psychanalyse (in francese, vista la destinazione dell’opera) per designare un <> Fa, qui, la sua comparsa il divano e la cura attraverso le parole, una tecnica che Freud apprende inizialmente dall’eminente fisiologo e collega Josef Breuer, anch’egli sostenitore della etiologia sessuale delle nevrosi, e medico di Anna O., un caso freudiano classico descritto negli “Studi sull’isteria”.
Mentre la sentenza cartesiana sulla divisione insanabile tra anima e corpo aveva interrotto ogni dialogo con la sragione, la psicoanalisi scopre tra psiche e sintomo nuove connessioni che donano voce alla follia (o pazzia, malattia mentale, disagio, malessere), affinché enunci la propria inascoltata verità. Per operare questo mutamento Freud ha dovuto abbandonare la psicologia positivista, dubitare dell’evoluzionismo onnisciente, rifiutare il biologismo meccanicistico ed ascoltare il silenzio tragico della lacerazione e dell’infelicità.
Prima di guardare dentro di sé, l’uomo aveva creduto a stelle, oracoli, pizie, astrologi, veggenti, obbedito a riti magici e stregoneschi, seguito voci misteriose d’oltretomba; sempre grande era il timore e il fascino che l’uomo notturno sapesse rispondere all’uomo diurno, le immagini confuse e incomprensibili fossero capaci di dare forma alle cose intelligibili e chiare. L’anima popolare, osserva Freud, procede in questo caso come è solita fare anche altre volte: “crede ciò che desidera”. Il sogno guarda al passato e allude al futuro, un avvenire plasmato quindi dal presente appagamento di desiderio del sognatore. Echeggia qui la definizione freudiana del sogno come via regia dell’inconscio, appagamento2 "mascherato di un desiderio rimosso".
Ciò che è creativo, scrive John Keats, deve creare se stesso, e la psicoanalisi è scoperta del profondo allorquando Freud viene attratto dal demone della psicologia, dai conflitti della propria anima e attraverso i percorsi dell’autoanalisi, di cui la sua opera inaugurale è la mappa e il tesoro, giunge a ricreare la propria storia e verità.
Il Novecento ha ampiamente dimostrato come il controllo lucido della ratio, sempre vigile e senza sogni, origini aberrazioni, deliri, mostri. Stenta a spegnersi il faro illuminista e positivista di una rischiarante ragione scientifica che avrebbe portato chiarezza, verità, certezze all’uomo.
Per certi aspetti anche la psicoanalisi condivide inizialmente l’ottimismo dell’Io, l’ideale salvifico della ragione, per scoprire tuttavia ben presto l’altro volto della scienza: la pulsione di possesso della conoscenza, la sua mira demiurgica e volontà di potenza, il suo essere cattiva conoscenza (elemento “K”, secondo la teoria di Bion), alla mercé delle parti psicotiche della personalità e dei gruppi. Osserva infatti Freud3: "L’intelletto umano è senza forza a paragone della vita pulsionale. Eppure in questa debolezza c’è qualcosa di particolare: la voce dell’intelletto è fioca, ma non ha pace finché non ottiene udienza. Più e più volte pervicacemente respinta, riesce alla fin fine a farsi ascoltare."
Il Maestro viennese non poteva prevedere che il compimento di quanto lui prefigura come futuribile sarebbe avvenuto in un presente a lui non così lontano: "Il primato dell’intelletto va collocato senz’altro in un futuro molto, molto lontano, ma probabilmente non infinitamente lontano". Tuttavia, tra scienza e conoscenza Freud opera un movimento oscillatorio dalla coerenza al conflitto, dalla verità all’inverosimile, dalle grandi concezioni del mondo alle faraoniche formazioni di desiderio. Il campo conflittuale del vero4 tende ad espungere da sé verità ritenute originarie, mentre pensieri e affetti talvolta anche abissali possono far rimpiangere melanconicamente le certezze sgombrate dai dubbi, purificate dall’ombra.
La scoperta che “l’Io non è padrone in casa propria” è un ritrovamento della psicoanalisi5 sulle orme di Schopenhauer e Nietzsche, la cui scienza è “gaia” perché non abbraccia l’antica presunzione di congiungere verità e vita. Così, superando il cogito cartesiano e l’Io galileiano, l’Ichspaltung fa emergere l’Io moderno, soggetto dell’inconscio.
Dobbiamo inferire che quello che Freud nel 1929 chiama “disagio” della civiltà è diventato nei brevi decenni successivi “malattia”. Il fondatore della psicoanalisi osserva come paradossalmente gli uomini si diano una organizzazione sociale, civile, culturale al fine di raggiungere la felicità ma, incomprensibilmente mancano proprio questo fine principale. Anche gli strabilianti risultati tecnologici attuali se da un lato promuovono il benessere materiale e sociale, dall’altro contribuiscono a costruire modelli culturali che, impoveriti del tessuto umanistico, inibiscono e restringono lo spazio della soggettività.

Sviluppi

Da oltre cent’anni la “psicoanalisi”, questa parola tanto semplice quanto enigmatica, attira seguaci e stimola ricerche, accende polemiche e dissipa pregiudizi. Iniziata come teoria e tecnica della vita sessuale e della mente, come indagine sulle pulsioni e sugli affetti, ha esteso ben presto la propria analisi all’estuario multiforme della civiltà e della cultura: l’arte, la letteratura, l’antropologia, le religioni, la critica sociale, ecc. Ma, oggi alle soglie del terzo millennio, quale significato assume la psicoanalisi nella cura delle malattie mentali o del “disagio della civiltà” contemporanea?
Dopo aver superato l’interdetto della Chiesa, le difese dell’idealismo e le critiche del marxismo, dopo aver recitato la parte di protagonista nella scena culturale degli anni Settanta e Ottanta del Novecento, la psicoanalisi vive ora nella crisi, rendendo fertili anche le critiche che, al di qua e di là dell’Oceano, in più momenti hanno investito l’ostentata scientificità del suo metodo.
Riprendiamo quindi la questione che attraversa e infiamma da decenni le tesi e le ricerche della psicoanalisi, ovvero il suo rapporto con la scienza, in particolare oggi con le neuroscienze.
Non è un problema nuovo né improprio, dal momento che lo stesso fondatore della psicoanalisi è sempre attento a definire una clinica della psicopatologia che si fondi sia sulle conoscenze del metodo catartico (Breuer) sia sulle conoscenze di carattere neurologico, attento nel costruire una teoria che vada oltre l’insufficienza della psicologia tradizionale, la psicologia herbartiana, e risponda maggiormente alla sua personale formazione medico- scientifica.
Insomma, Freud cerca ben presto di pervenire ad una teoria psiconeurologica, una “psicologia per neurologi” come egli stesso si esprime.
Il problema lo impegna sin dalle primissime opere, ne discute con l’amico Wilhelm Fliess, nelle famose “Minute teoriche” e nell’autunno del 1895 scrive tre dei quattro capitoli che compongono l’ambizioso6 “Progetto di una psicologia”.
Un anno dopo, nel 1896, appone le ultime aggiunte al “Progetto” a Fliess, poi abbandona l’opera definitivamente. Solo un’osservazione frettolosa può concludere che si tratti di un lavoro di poco conto.
Invece, molte osservazioni si ritrovano poi ampliate nelle opere successive; l’idea stessa di una psicologia dinamica, che sta alla base del “Progetto”, risulta fondamentale per tutto il successivo lavoro freudiano.
Ricompare, benché il linguaggio non sia più neurologico ma metaforico: nel capitolo VII dell’ “Interpretazione dei sogni” (Psicologia dei processi onirici – l’oblio dei sogni, la regressione, ecc.); nelle opere di metapsicologia, in “Al di là del principio di piacere”, “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, “L’Io e l’Es”, in cui riprende il problema della costituzione e della organizzazione dell’apparato psichico, con riferimento alla formazione della memoria.
E a proposito di memoria, secondo il “Progetto” freudiano dovrebbero esservi nel sistema nervoso centrale cellule che gli stimoli esterni non modificherebbero stabilmente, e cellule invece che subirebbero una modificazione durevole e che pertanto conserverebbero le tracce dell’azione esercitata dall’ambiente sugli organi percettivi.
Ebbene, con questa idea Freud in un certo modo anticipa lo schema dei moderni elaboratori elettronici dotati di una “memoria”; elaboratori le cui operazioni in gran parte corrispondono, nei risultati, alle operazioni mentali originate dal cervello.
E così, le più recenti conoscenze provenienti dalla ricerca sul cervello confermano la teoria di Freud sulla funzione dei sogni, una tesi elaborata più di cent’anni fa, secondo cui i sogni effettivamente sono fenomeni motivati e la loro forza propulsiva rappresenta desideri e conflitti inconsci.
Freud afferma che le parole possono curare: studi operati con l’ausilio del computer confermano che la psicoterapia può realmente modificare il cervello, analogamente all’azione prodotta dall’assunzione di psicofarmaci.
Oppure, nello studio dei neuroni specchio condotto da Singer si mette in evidenza l’attivazione delle stesse strutture cerebrali sia quando si subisce un evento doloroso sia quando si vede su uno schermo il proprio partner subire lo stesso stimolo doloroso. Ciò non fa che confermare quanto la psicoanalisi ha rinvenuto in termini di meccanismi di identificazione ed empatia nelle relazioni familiari e nei rapporti terapeutici.
Le ricerche sul cervello confermano quanto Freud afferma, cioè che le esperienze spiacevoli, dolorose, vengono rimosse.
Freud sarebbe molto contento di apprendere che gli strumenti delle neuroscienze hanno tradotto in immagini quello che lui aveva descritto in termini psicoanalitici. Insomma, Freud ha pionieristicamente fornito una topografia dell’anima.
Ma, contrariamente a coloro che sostengono un Freud più neuroscienziato che psicoanalista, noi crediamo che se Freud avesse potuto disporre degli attuali strumenti tecnici, così numerosi e potenti, potremmo avere oggi una neuroscienza più freudiana.
Infatti, la psicoanalisi è un potentissimo strumento che mette a fuoco i meccanismi psichici, l’unico che ci permette di capire come funziona la nostra mente.
Le neuroscienze possono capire come funzionano i modelli o i circuiti cerebrali. Ma non possono fare il salto, epistemologicamente inaccettabile, dai circuiti cerebrali alle funzioni della mente: perché, mentre il cervello resta il referente della neurologia e delle neuroscienze, la mente ha bisogno della psicoanalisi e della psicologia per conoscere come la mente opera.
Tra il non-parlare della farmacologia e le promesse delle neuroscienze, la psicoanalisi riafferma la parola e la possibilità di “parlare una storia” contro il desiderio di non-sapere dell’uomo contemporaneo che converge con la facile soluzione del farmaco e l’assenza di curiosità psichica del narcisismo negativo moderno.
Infine, echeggia il riconoscimento che Foucault sottolinea nella sua opera secondo cui bisogna essere giusti con Freud, che ha ripreso la follia al livello del suo linguaggio ed ha così ricostituito uno degli elementi essenziali di un’esperienza ridotta al silenzio dal positivismo.
Si può allora testimoniare che la psicoanalisi ha retto alla prova dei tempi, costituendosi come momento fondante nella storia del pensiero contemporaneo. Certo, risulta oggi demitologizzata, ridefinita e ridimensionata rispetto all’enfasi iniziale, ma sicuramente non liquidata. La sua crisi è innanzitutto invecchiamento delle tesi meno difendibili, come: il decostruzionismo del mentale, il primato della figura paterna, l’estetica dell’inconoscibile e la mistica dell’inconscio; mentre il suo campo d’indagine, dopo il periodo linguistico, è sempre più la pulsione, per via dell’eredità freudiana e l’inferenza delle neuroscienze. E, al di là dei dissensi e delle diatribe, non vi è campo del sapere di questo secolo che non sia debitore alla psychanalyse. E, di per sé, una tale molteplicità di influssi e polifonia di letture sono già indice della sua perdurante validità e incessante vitalità.

Bolzano, settembre 2007 ©



1 FREUD, S. (1896), L’hérédité et l’étiologie des névroses, GW. I, Fischer Verlag, Frankfurt a.M. 1952, S. 416.
2 FREUD, S. (1900), Die Traumdeutung, GW. II, III, S. 167, [trad. it., L’interpretazione dei sogni, in Opere, III, Boringhieri, Torino 1966, p. 154].
3 Idem, (1927), Die Zukunft einer Illusion, G.W., Bd. XIV, S. 376 [trad. it., L’avvenire di un’illusione, in Opere X, Boringhieri, Torino 1978, p. 482].
Per una esposizione di questo tema, mi permetto rinviare anche al mio “ Freud und die Aufklärung. Wenn die Aufklärung eine Freudsche ist” in REINALTER, H., Aufklärungsprozesse nach XVII. Jahrhundert, Suhrkamp Verlag, Frankfurt a.M., 2001 [orig. ital., “Freud e l’illuminismo. Se l’illuminismo è freudiano”].
4 Vedi: BODEI, R., Le logiche del delirio, Laterza, Bari 2000, pp. 33 e sgg.
5 FREUD, S. (1916-17), Vorlesugngen zur Einführung der Psychanalyse, G.W., Bd. XI, S. 295 [trad. ital. Introduzione alla psicoanalisi, in Opere VIII, p. 446].
6 FREUD, S. (1895), Progetto di una psicologia, in Opere, II, Boringhieri, Torino 1968, pp. 201-284.
7 FOUCAULT M. (1961), Wahnsinn und Gesellschaft. Eine Geschichte des Wahns im Zeitalter der Vernunft, Suhrkamp Verlag, Frankfurt a.M. 1973.




Bibliografia
  • M. Foucault, (1961), Wahnsinn und Gesellschaft. Eine Geschichte des Wahns im Zeitalter der Vernunft. Suhrkamp Verlag, Frankfurt a.M. 1973.
  • S. Freud, Gesammelte Werke, 18 Bde. S. Fischer Verlag, Frankfurt am Main.
  • H. Kächele, H. Thomä, Psychoanalytic Practice 1-2-3. Springer-Verlag, Berlin Heidelberg NewYork London Paris Tokyo HongKong Barcelona Budapest, 1994-2002-Ulm 2004.
  • J. Lacan, Schriften I-II. Weinstein, Berlin 1986.
  • F. Marchioro, „Techne und Psyche“ in R. Benedikter (Hrsg.), Italienische Technikphilosophie für das 21. Jahrhundert. F. Frommann - Holzboog Verlag, Stuttgart 2002, S. 103-122.



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